Leggo con orrore la notizia, riportata dalla stampa ieri e dalle maggiori testate on line già da l’altro pomeriggio, secondo la quale una donna inglese desidera sottoporre la figlia affetta da sindrome di down ad un intervento di chirurgia plastica per eliminare dal volto della bambina i ‘segni’ della trisomia 21.
Leggo con orrore le motivazioni: secondo i genitori, raggiunto il diciottesimo anno d’età, la malcapitata Ophelia – e malcapitata a mio avviso per i genitori che ha, di certo non per la sindrome da cui è affetta – dovrebbe essere sottoposta ad un intervento (eseguito da parte di chi? Del papino chirurgo estetico?) rivolto a correggere la distanza interoculare, la sottigliezza delle labbra, le dimensioni del naso e del collo, la fuorisuscita della lingua. Il motivo è quello per cui, a detta sempre dei genitori, così la ragazza sarebbe più accettata dalla società.
Leggo con orrore e mi chiedo: e fino ai diciotto anni che cosa farà la piccola Ophelia? Attenderà pazientemente di assumere un aspetto ‘normale’ (che schifo di parola)? E i suoi genitori che faranno? Attenderanno pazientemente il giorno in cui la ‘diversità’ rispetto ad un modello potrà essere cancellata, senza affrontare a modo e a tempo opportuno i percorsi necessari, dolorosi, irti, faticosi, da intraprendere per lei? E per integrarla e farla ‘accettare’ dalla società cosa faranno? Attenderanno che i piccoli occhi leggermente all’insù e troppo distanti tra loro vengano standardizzati? E soprattutto in questo intervallo di tempo cosa le insegneranno?
Mi chiedo: quale orizzonte di vita, di comportamento, quale orizzonte laicamente etico proporranno alla bambina? Quello forse per cui il valore delle persone è strettamente connesso al loro aspetto e direttamente proporzionale ad esso? Quello per cui se sei alta, bella e slanciata la tua dimensione di persona è più rispettabile e di spessore non è così, poco importa il tuo mondo interiore?
E quando la bambina in attesa del diciottesimo anno d’età verrà guardata troppo per strada, cosa le diranno? ‘tranquilla che poi papà ti rimette e posto gli occhietti?’
E poi che fanno? Il ritardo mentale che in genere accompagna la sindrome come lo tamponano? O quello non fa niente perché passeggiando o in vacanza o al supermercato non si vede?
Io leggo e ho voglia di vomitare. Ho voglia di urlare lo schifo che provo, la vergogna che provo.
Ho voglia di urlare tutta la fatica di tante madri, di tanti padri, di tanti fratelli e sorelle, di tanti amici, di tanti professionisti che nel tempo hanno lottato, hanno salito scale i cui gradini erano di un’altezza immensa, sono caduti e si sono rialzati con un coraggio da leoni. Hanno combattuto la guerra dell’accettazione sociale, dell’integrazione condivisa, della solidarietà non pietistica, e le ferite di quella guerra sono e sono state le piaghe dei loro cuori, sono le pustole delle loro anime, ma sono anche le medaglie che dissetano la loro sete d’amore.
Ho voglia di urlare che fino a quarant’anni fa spesso le persone come Ophelia avevano come prospettiva di vita splendidi istituti isolati nel verde e che tante famiglie alle quali mai e poi mai sarebbe venuto in mente di raddrizzare un paio d’occhi hanno fatto passi da giganti, hanno talvolta rivoluzionato prospettive, hanno saputo creare, per le tante Ophelie del mondo, una dimensione di vita più che mai decorosa, e percorsi di crescita funzionali alla loro realizzazione personale.
Essere persone, forse è questo il problema. Non abbiamo più la capacità di essere persone ed accettarci per tali.
Quantomeno non la hanno i genitori di Ophelia.
Una persona è il mondo che ha dentro, non l’aspetto con cui ti si presenta. Le finte bionde in tenuta leopardata che a cinquant’anni hanno il volto tumefatto dal botulino e le labbra come canotti e a sessanta vanno in depressione perché non possono permettersi la ‘tiratina’ all’interno cosce non sono l’unico parametro dell’esistenza. Esistere è altro.
Esistere è essere Ophelia ed essere amata perché Ophelia. Forse di più perché down, senz’altro non di meno perché down. Un genitore per sua natura, fatte salve le debite eccezioni, ama i propri figli. Fatti salvi gli abusi: ed Ophelia è una bambina che già ha subito un abuso di gruppo, da entrambi i genitori. Perché le vogliono raddrizzare gli occhi.
foto Panorama
Leggo con orrore le motivazioni: secondo i genitori, raggiunto il diciottesimo anno d’età, la malcapitata Ophelia – e malcapitata a mio avviso per i genitori che ha, di certo non per la sindrome da cui è affetta – dovrebbe essere sottoposta ad un intervento (eseguito da parte di chi? Del papino chirurgo estetico?) rivolto a correggere la distanza interoculare, la sottigliezza delle labbra, le dimensioni del naso e del collo, la fuorisuscita della lingua. Il motivo è quello per cui, a detta sempre dei genitori, così la ragazza sarebbe più accettata dalla società.
Leggo con orrore e mi chiedo: e fino ai diciotto anni che cosa farà la piccola Ophelia? Attenderà pazientemente di assumere un aspetto ‘normale’ (che schifo di parola)? E i suoi genitori che faranno? Attenderanno pazientemente il giorno in cui la ‘diversità’ rispetto ad un modello potrà essere cancellata, senza affrontare a modo e a tempo opportuno i percorsi necessari, dolorosi, irti, faticosi, da intraprendere per lei? E per integrarla e farla ‘accettare’ dalla società cosa faranno? Attenderanno che i piccoli occhi leggermente all’insù e troppo distanti tra loro vengano standardizzati? E soprattutto in questo intervallo di tempo cosa le insegneranno?
Mi chiedo: quale orizzonte di vita, di comportamento, quale orizzonte laicamente etico proporranno alla bambina? Quello forse per cui il valore delle persone è strettamente connesso al loro aspetto e direttamente proporzionale ad esso? Quello per cui se sei alta, bella e slanciata la tua dimensione di persona è più rispettabile e di spessore non è così, poco importa il tuo mondo interiore?
E quando la bambina in attesa del diciottesimo anno d’età verrà guardata troppo per strada, cosa le diranno? ‘tranquilla che poi papà ti rimette e posto gli occhietti?’
E poi che fanno? Il ritardo mentale che in genere accompagna la sindrome come lo tamponano? O quello non fa niente perché passeggiando o in vacanza o al supermercato non si vede?
Io leggo e ho voglia di vomitare. Ho voglia di urlare lo schifo che provo, la vergogna che provo.
Ho voglia di urlare tutta la fatica di tante madri, di tanti padri, di tanti fratelli e sorelle, di tanti amici, di tanti professionisti che nel tempo hanno lottato, hanno salito scale i cui gradini erano di un’altezza immensa, sono caduti e si sono rialzati con un coraggio da leoni. Hanno combattuto la guerra dell’accettazione sociale, dell’integrazione condivisa, della solidarietà non pietistica, e le ferite di quella guerra sono e sono state le piaghe dei loro cuori, sono le pustole delle loro anime, ma sono anche le medaglie che dissetano la loro sete d’amore.
Ho voglia di urlare che fino a quarant’anni fa spesso le persone come Ophelia avevano come prospettiva di vita splendidi istituti isolati nel verde e che tante famiglie alle quali mai e poi mai sarebbe venuto in mente di raddrizzare un paio d’occhi hanno fatto passi da giganti, hanno talvolta rivoluzionato prospettive, hanno saputo creare, per le tante Ophelie del mondo, una dimensione di vita più che mai decorosa, e percorsi di crescita funzionali alla loro realizzazione personale.
Essere persone, forse è questo il problema. Non abbiamo più la capacità di essere persone ed accettarci per tali.
Quantomeno non la hanno i genitori di Ophelia.
Una persona è il mondo che ha dentro, non l’aspetto con cui ti si presenta. Le finte bionde in tenuta leopardata che a cinquant’anni hanno il volto tumefatto dal botulino e le labbra come canotti e a sessanta vanno in depressione perché non possono permettersi la ‘tiratina’ all’interno cosce non sono l’unico parametro dell’esistenza. Esistere è altro.
Esistere è essere Ophelia ed essere amata perché Ophelia. Forse di più perché down, senz’altro non di meno perché down. Un genitore per sua natura, fatte salve le debite eccezioni, ama i propri figli. Fatti salvi gli abusi: ed Ophelia è una bambina che già ha subito un abuso di gruppo, da entrambi i genitori. Perché le vogliono raddrizzare gli occhi.
(testo scritto da ioandrei che riporto su sua autorizzazione e che sottoscrivo)











1 commenti:
Sono Pienamente d'accordo con quello che ha scritto. È una vergogna avere genitori così!! Questo testo mi ha fatto rabbrividire.
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